Giglistock (Ch)

 camera La nebbia non ferma Giovanni Acerboni sul Giglistock (Svizzera)

Ancora, ancora!

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Stagione '00

Report di chiusura della stagione: Questo, di cotanta speme, oggi mi resta

Fratelli! Solda fu il primo e unico momento. Poi il destino ci ha separato. Ma è un destino caparbio contro il quale nulla possiamo, o è un destino capriccioso dal quale ci lasciamo lusingare? Confesso che, per quanto riguarda me, la seconda è la domanda sulla quale riflettere. Lo confesso: in alcuni momenti non ho dato il meglio di me per contribuire alla gloria della stagione scialpinistica, all’evoluzione del sito, all’elaborazione dei progetti e all’assistenza che amorevolmente si deve ai fratelli. Lo confesso e abbasso lo sguardo vergognoso, le orecchie e il volto, che arrossisce umilmente. L’animo, che pure palpita gagliardo in un corpo fatto di carne vile, è pronto per prove più alte, e chiede venia per i mille e mille pericoli che ha dovuto affrontare e ... non siamo mai abbastanza forti e maturi, e ha dovuto cedere a prudenze un tempo impensabili, a compromessi un dì considerati vergognosi, a calcoli meschini, a paure puerili, a pressioni inique, a minacce orrende, a sfide inaudite, a baratri oscuri. Gli abissi morali in cui si è dovuto immergere non lo hanno, tuttavia, piegato. Piagato sì, piegato no. Ma risorge, come il ramarro, ora che è primavera, forse un po’ tardi per le vette inaccessibili, ma non per programmare il futuro e rilanciare la fiducia dei fratelli. Ma, questo è il punto, che già in un penoso messaggio precedente, buttavo là: la stagione, questa stagione, si è conclusa (e lasciamo andare sui risultati). Ma ciò che si è concluso forse per sempre è una stagione, quella che ancora negli album fotografici risplende di gloria e ghiaccio morso da tenaci ramponi, di rocce aggredite in libera, di vette strappate al vento, di doppie ancorate a un chiodo arrugginito, di compagni trovati e persi e ritrovati. Quella stagione è, credo, finita. Diciamocelo: non lo avremmo creduto. Ma è così: mille incombenze miserrime precedono la gloria dell’alpe. Mille responsabilità piccole e borghesi rinchiudono gli sci in cantina. Parlo di me, ovviamente, ma forse vale anche per voi. Di certo, la cima non è in cima. La cima è più sotto. In cima ci sono altre cose. Non lo avremmo creduto possibile, ed è così. Non lo volevamo, e non possiamo farne a meno. Non lo amavamo, e ora non proviamo nemmeno rimorso. I tempi, cari fratelli, sono passati e cambiati. Parlo di me, ma forse vale anche per voi. Abbiamo gli anni che abbiamo, che non sono molti ma non sono neanche più venti, e qualcuno ne ha di meno, e qualcuno ne ha di più, e qualcuno, che ne abbia di più o di meno, aggredisce l’alpe con energie furibonde che noi non abbiamo o che usiamo altrove. Lavoro? Famiglia? Altri interessi? Pure con virile dignità, alle prime nevi, caricheremo gli sci sull’ammiraglia di bro. Lo. e partiremo felici e consapevoli verso il nostro montarozzo di turno, dove rovesceremo l’anima ma berremo la dose concessaci di estasi alpinistica. Che è ciò che più conta. La montagna mi commuove oggi anche più di un tempo.

Fuorcla d'Agnel [9 aprile '00]

Il report di bro Lo

Posto fantastico, Bivio, e soprattutto pieno di neve. Se Però la sera prima vai a teatro, non senti la sveglia e arrivi con mezz'ora di ritardo a Lugano, ecco che gli sci li metti non prima delle 10,00 ... Vai tranquillo in bellissime vallate ampie con fantastici e ripidi montagnozzi ai lati. Zero pericolo di valanghe, sole, niente vento. Quando dopo 2/3 ore incominci a fare fatica che fai? Crolli. Sudi. ed ecco il vento a quota 3.000. Che fai? Sei un uomo. Ti togli la maglietta sudata pensando di farla asciugare al sole ...... Ovviamente quando la rimetti è ancora perfettamente bagnata: solo che è ormai congelata. Poi scendi nella neve molle. E crolli. A quota 2.600 lo stomaco e il viscero si ribellano come un sol uomo. Peccato che non ci sia un bagno nei paraggi ... Ti arrangi come puoi. A quota 2.400 devi vomitare. E vomiti l'anima, mentre un elicottero della Rega volteggia sinistro nei paraggi .... Li chiamo? Pensi al costo e dici di no. Qualcuno ti aspetta? No. Il tuo amico fraterno ti aspetta? No. E' giusto così. Muoia Sansone, ecc. Quel che non mi uccide, ecc. Finalmente raggiungi il posteggio (quota 2.200) e crolli definitivamente. Ancora adesso non so come ho raggiunto Como da Lugano. E voi credete che un uomo, un vero uomo, dica a questo punto BASTA? No. Un vero uomo dice: mo' mi compro gli sci nuovi da freerider e gli attacchi nuovi. E vai così ...

Il j'accuse di bro U

j'accuse par Ugò Bassì. Joe ha sollevato un grosso problema esistenziale: pubblicare o non pubblicare in internet report demenziali ? Io sono del parere che come esistono autori masochisti a cui piace scrivere e pubblicare queste storie miserabili, così esistano anche internauti a cui piacerà leggerle. Devo ora ulteriormente replicare alla accusa di mancata assistenza al compagno in difficoltà. Io darei tutto il mio aiuto e supporto al compagno che si fa male cadendo o con problemi all'attrezzatura. Sono disposto anche a interrompere la salita prima di aver raggiunto la meta quando il compagno è fisicamente provato e non può più andare avanti. Ma i problemi di stomaco di brother Lo. non hanno la mia comprensione. Infatti io non mi sognerei mai di portare scatolette di tonno per alimentarmi a 2500 m dopo 4 ore di salita e inoltre, anche la sera prima dell'escursione, non vado a teatro ma me ne sto a casa a preparare l'attrezzatura, mangio poco e bevo molto. Io credo che queste siano le regole comportamentali dello scialpinista da seguire. Se si dovesse ripresentare questo problema un suggerimento potrebbe essere quello di lanciare un appello, dal sito internet, in modo da trovare anche una infermiera, appassionata di scialpinismo, che si aggreghi alle nostre escursioni. In attesa dei 4000 m reclamati da Joe, un saluto e un augurio di Buona Pasqua.

Hureli [12 marzo '00]

Art. 661 del Codice Penale: "Chiunque, pubblicamente, cerca con qualsiasi impostura, anche gratuitamente, di abusare della credulità popolare è punito, se dal fatto può derivare un turbamento dell'ordine pubblico, con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda sino a due milioni". Art. 656 del Codice Penale: "Chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l'ordine pubblico, è punito se il fatto non costituisce un più grave reato, con l'arresto sino a tre mesi o con l'ammenda fino a lire seicentomila". Il report di questa gita necessita di una premessa. Ed è questa: chi, scrivendo su una rivista, definisce una monografia di scialpinismo, "ritrovata dopo molti anni", "attuale come se fosse stata scritta oggi", se non l'ha verificata di persona o è un pazzo o un mitomane. La gita in questione - descritta vent'anni fa come "itinerario bello e interessante , con un tratto di foresta sciabile e ampi pendii aperti, quasi sempre gratificati da ottima neve polverosa. Pochissimo conosciuto nonostante offra una discesa veramente raccomandabile" - è costituita: a) da una prima parte di bosco con sentiero in disuso e di scarsissima ampiezza; b) da una seconda parte dove il sentiero svanisce nel nulla dopo una decina di metri e dove si prosegue per rare tracce (umane?) in una selva particolarmente laboriosa, con un buon metro di neve crostosa e spunti di sentiero non più larghi di mezzo metro; c) da una terza parte in cui, usciti dal bosco e giunti ad un'ampia radura con una baita solitaria (e un po' sinistra, diciamo la verità), si deve (e dai!) attraversare un bosco apparentemente breve (visto dal basso) ma in realtà compattissimo ed infestato da essenze di ogni genere e tipo, ed in cui è assolutamente sconsigliabile perdersi di vista, pena il ritrovamento del corpo proprio e di quello del compagno al disgelo successivo; d) da una successiva parte sempre più ripida e compatta, dove è caldamente consigliabile montare i ramponcini e seguire le tracce degli sfortunati ungulati che ivi risiedono; e) infine, da una parte di cresta ampia dove, in caso di neve crostosa come la abbiamo trovata noi, è assolutamente sconsigliabile scivolare a valle, pena - ancora una volta - il ritrovamento al disgelo successivo (c'è da dire che il GSM prende ....). L'ultima parte - quella che porta alla cima - non la conosciamo perchè dopo aver ravanato per un totale di quattro ore ne avevamo piene le tasche (per non dire altro ...) e ci siamo fermati a quota 2370 m. al culmine della cresta. Questa premessa esaurisce il report della gita. Mi permetto di aggiungere che i problemi gastrici riscontrati dal sottoscritto nella discesa - che alcune lingue maligne potrebbero addebitare a scarsa cultura alimentare - sono stati certamente accentuati (se non provocati ..) dalla infamità della discesa stessa. Ciascuno è libero di farsi una Simmental, un tonno in scatola (prob. scaduto) e un arancio in vetta, e poi di farsi una dormitina al sole (o sbaglio?). Segue il report integrativo di brother Joe, che ha la sua ragion d'essere in una telefonata fattagli alla primo spazio utile al termine della seconda selva.

Foisch [20 febbraio '00]

Passato il confine il tempo cambiè. In peggio. Neve. L’auto mordeva la strada e ruggendo in salita i due, brother Lo e brother Joe, giunsero alla base di partenza. Neve. Il Foisch, noto per la sua docilità, era quella mattina visibile solo a metà: il bosco. La vetta, un rilievo di una ininterrotta catena di monti sorgenti da una valle stretta della Svizzera ospitale, era avvolta e quasi rapita da vortici di nuvole sospinte da un vento non gelido ma spiacevole. A valle, imperturbabile, la vita quotidiana degli ignari valligiani scorreva come al solito, e di rimando giungevano alle orecchie degli uomini duri che affrontavano la lotta con l’Alpe suoni antichi e moderni: martellate, clacson, bestemmie. A monte, accanto, da luoghi imprecisati in alto, nascosti e quasi rapiti dal maltempo implacabile, tonfi e rombi, tuoni e scrosci di cadute di masse di neve: valanghe. Si seppe solo dopo, da un TG distrattamente sbirciato sorseggiando te caldo, che di morti ne fecero sette quelle valanghe, in tutte le Alpi, quel giorno. Il bosco, tuttavia, invitava alla pace: salita tranquilla, aria serena, terreno ideale per discese appaganti. La marcia proseguiva a ritmo costante se non proprio sostenuto: la neve era fresca e soffice per circa trenta centimetri. Dopo una sosta presso una capanna (che agli italiani parve un castello), in cui i due compagni si scambiarono cibo e bevande, panettone e cuneesi al rhum, cioccolato e salsiccia polacca, ma anche conforto e sostegno, la marcia riprese. I due eroi erano ormai fuori dal bosco e dovevano affrontare l’ultima rampa, avvolta e travolta dal vento. Rinfrancati e ristorati aggredirono il primo costolone, una gobba innocua con radi alberi e sparuti arbusti. Davanti arrancava un gruppo partito con largo anticipo e ormai quasi raggiunto. La colla di una pelle di foca di joe cedette e fu necessaria una sosta. Fermo, l’atleta italiano fu raggiunto da un burrascoso tedesco (o forse soltanto svizzero di lingua tedesca) la campata delle cui falcate sopravanzava gli arbusti e gli consentiva, grazie anche a un alzatacco smisurato, una salita quasi verticale. Ma giunto all’altezza del campione in difficoltà anch’egli ebbe in sorte la medesima sventura. Però, data la foga, perse l’equilibrio e cadde a valle rovesciandosi, come un elefante colpito, sul fianco. E cadendo produsse una voragine che lo inghiottì, ne attutì le imprecazioni e ne rese arduo e massimamente comica la procedura di reinstallazione in posizione verticale, umana. Brother Lo, che attendeva poco avanti e sosteneva a parole, con consigli e premure, lo sventurato compagno, sentito il tonfo e le grida inarticolate, si volse preoccupato e a fatica soffocè un ghigno perfido, mascherandolo con la macchina fotografica. Brother Joe, intanto, avevo ripristinato, con adeguata colla, l’attrezzo e si accingeva a ripartire. Offerse la mano allo straniero che declinè umiliato e finse di non essere in difficoltà, mentre bastoncini, mani, pugni, sci e quant’altro, affondando nella neve senza incontrare resistenza veruna, non gli garantivano una base di appoggio sufficiente a sostenere il suo peso. (Giunse anch’egli alla vetta, più tardi, avendo perduto l’abbrivio che gli aveva consentito di raggiungere i due eroi italiani ai due terzi di salita.) Superato un ultimo speroncino, la vetta si concedeva facilmente, sci ai piedi. Ma attenzione alle cornici, mentre dai fianchi ben più possenti delle montagne circostanti continuavano sinistramente a cedere interi fronti di neve fresca. Né la vista né il tempo né la presenza di ambigui praticanti della montagna consigliarono ai due fratelli la permanenza in vetta. Giusto il tempo di scattare alcuna foto che servisse poi di prova per i diffidenti (e per l’archivio, che consegnerà alla storia questa impresa, con altre meno nobili), tolte le pelli di foca, bloccati gli attacchi e spalmate le solette con la più veloce delle scioline (operazione compiuta dal solo Lo) i due si gettarono, con tecnica incomparabile, per la più esposta e diretta delle vie di discesa (una pista blu, secondo i parametri noti anche agli sciatori da pista). Lo stile impeccabile di brother Lo, le divine tracce lasciate sul manto intatto, tentavano di essere emulati dal meno tecnico e più arrugginito brother Joe, che si poteva avvalere anche di una attrezzatura superata (ma pur sempre valida, governata com’era da uomo esperto). Una neve soffice e amica tolse ai due avventurieri ogni freno alla necessaria concentrazione che la montagna richiede a tutti coloro che intendono tornare. Le volute più audaci scatenavano la gioia e l’entusiasmo, gridolini mal trattenuti lasciavano intendere, a un pubblico virtuale, la profonda soddisfazione dei due capitani. Ma, guadagnato il bosco e affrontatolo nella parte alta con la medesima aggressività spirituale, si giunse a un ristagno della verticalità. Aggirato un costolone, si pervenne a una stradina che l’occhio esperto di brother Lo giudicè essere l’ultima e definitiva parte della fatica: per quella via si sarebbe tornati al campo base, compiendo un semigiro in mezzacosta del monte, mentre sulla destra si apriva una vallata complessa, ripida e fitta di alberi, e molto seducente per le prospettive di evoluzioni acrobatiche. Ma dava, probabilmente, al fondo valle, molto sotto il campo base, al quale si sarebbe dovuti risalire a piedi o con altri mezzi di fortuna. L’incanto si ruppe. L’irruenza di brother Joe si scontrè con la saggia prudenza di brother Lo. L’insaziabile sete di avventura del primo, che si sarebbe buttato per il percorso meno noto e più seduttivo sul piano della gloria futura, trovè un muro di diniego che ogni scuola, ogni corso, ogni maestro e ogni tragedione altrui divorato in libri inoppugnabili, consigliavano e suggerivano quale migliore soluzione in casi del genere. Si scelse la prudenza. Come un cavallo appena domato brother Joe scendeva senza più nemmeno tentare curve e acrobazie. Scendeva, come tronco sul fiume. Scendeva, come viene viene. Solo la grande e fraterna amicizia poté salvare l’unione della spedizione. Solo un legame che si era negli anni passati fortificato poté evitare il disastro altrimenti inevitabile e del resto già affrontato in conversazione, proprio quella mattina, alle soglie del bosco: è meglio un compagno forte ma non amico, o un amico meno forte? Il primo ti può aiutare e può risolvere situazioni difficili. Il secondo non ti abbandonerà mai. Su questo mistero, interrogativo che supera la cima degli eterni arbusti del Foisch, e che riguarda ogni essere umano dotato di paio di sci con attacchi a svincolo, e sull’impegno a far della montagna una scuola di vita non meno severa che affascinante, si concluse l’impresa, che trovò poi una coda culinaria, meta tacita ma non secondaria della lotta con l’Alpe.

Stotzingen Firsten [6 febbraio '00]

Bro Lo

Caro Giovanni, ecco il resoconto dell'ultima uscita. h. 0,45 suona la sveglia, Luna Rossa sta galleggiando. torno a letto, tanto non fanno niente ... h. 7,00 sveglia. h. 7,10 tg. Luna Rossa ha vinto ... porco qui e porco là ... per fortuna ho registrato .. h. 8,00 carico Ugo h. 9,35 siamo a Realp (m. 1538). h. 10,00 si parte. h. 10,20 una fiumana di gente si inerpica per un costone ripidissimo. qualcosa mi ricorda le foto di Aria sottile prima della tragedia. Li seguiamo h. 10,30 i primi sospetti. per me la Rotondohutte è a sinistra ... h. 10,45 fermiamo tre tipi equivoci. unschuldigung, zum Rotondohutte? Nein, nein! Stozzifrisc....... insomma, non si capisce dove si va ma si capisce che benissimo che dovevamo continuare nella vallata lungo la stradina h. 10,50 Ugo: ^Io non torno indietro^. Sfuma la polenta e caprioli che già pregustavo alla Rotondo (a mio avviso aperta, perché uno che ha un sito web DEVE essere aperto ...). Siamo in coda. Cerco di far morire quelli davanti standogli alle costole, ma ci riesco solo con delle vecchie di over sessanta. Gli altri ci passano da tutte le parti .... Partono le prime maledizioni verso i proprietari di attacchi con alzatacchi alti più del doppio dei miei (tipo quelli di Ugo, per intenderci), che se fregano delle buone vecchie tracce a zig zag e salgono spediti in direttissima h. 12,30 la cresta si spiana, si arriva ad una capanna (chiusa), dove la maggior parte si ferma. Non sapendo dove è la meta, si prosegue su una cresta molto larga (quella che sembra la cima appare vicina ...) h. 13,30 la cima non si vede, non si capisce quanto manchi, non c'é più nessuno, il terreno è ripido, la temperatura sale sempre di più: ma dove c.... siamo finiti? h. 13,54 improvvisamente non si sale più. Subito dietro uno spuntone c'è tutta la gente che era sparita. si sta godendo il sole .... la vista è bellissima, siamo su uno spartiacque notevole: a D. si vede tutto quello che c'è al di là del Gottardo e a S. le cime tra la val Bedretto e Andermatt. Siamo a quota 2.780, ossia circa 500 m sopra la polenta e capriolo. porca ........... h. 14,00 mi esplode in bocca un tubetto di sciolina liquida segretissima che avevo tenuto in serbo per umiliare Ugo in discesa ... h. 14,15 c'è un gruppo di italiani (o ticinesi). ^Scusate, dove diavolo siamo?^ ^Ma allo Stotzingenstock!^ Va bè .. h. 14,30 si scende. i primi 500/600 metri sono fantastici, i successivi un massacro. le tracce si accavallano in un crescendo mostruoso, la neve sempre più pesante, la temperatura alta, le gambe cedono, non so come arriviamo in fondo. fortissimi salgono i conati di vomito da fatica h. 15,45 penosamente entriamo in un ristorante, dove ci facciamo servire un'insalatina mista (il massimo che i nostri succhi gastrici riuscirebbero a sopportare) Commento finale: una gran bell'allenamento, gran bel posto (non quello, ma le cime che vedi da lì sono molto interessanti). Curiosamente, Lunedì le gambe non mi facevano male ... misteri (dolorosi) dello scialpinismo. Peccato non ci fossi. Parafrasando, we wish you were here. Ci sarai domenica prossima? Quien sabe? Saluti

Bro U.

Al resoconto dell'ultima uscita, divulgato via e-mail, seguono alcune mie precisazioni: 1) Dalle mie carte risulta che la meta finale della nostra escursione sono stati gli Stotzingen Firsten - Q 2752.3 e non Stotzingenstock - Q 2780. 2) In vetta erano presenti con noi questi Italiani (o ticinesi) e quando uno di loro ha nominato la Rotondohütte un altro ha subito replicato: "Che palle la Rotondo" (ndr, occorrono ben 4 ore di cammino per superare un dislivello di soli 1000 m). 3) Dalla vetta la vista spaziava non solo sulle alpi urane ma anche, oltre il Furka, su quelle vallesane e bernesi (Jungfrau, Aletschhorn, Döm ecc.). Questo è quanto vi dovevo, ad onor di cronaca. Mio commento finale: uscita faticosa ma appagante. Ciao Ugo

Mittaghorn (part two) [23 gennaio '00]

Il cielo non era tutto sereno. Imboccata la stradina i due compagni, per nulla presaghi, iniziarono a salire, del resto poco faticosamente, fino a quando decisero, credendo di essersi troppo spinti in trasversale, di salire più rapidamente aggredendo il bosco. Il terreno era ricoperto da uno strato di 50 cm di neve fresca farinosa che rendeva penoso l'incedere e sempre più dubbia la giustezza della decisione presa di lasciare la via nota per quella ignota. In anni ormai lontani i due si erano resi protagonisti di avventure che avevano esaltato il fiuto e l'audacia. Ora, uno dei due seguiva arrancando e soffiando forte, e a mala pena era riuscito a entrare nella vecchia tuta da combattimento, acquistato quando pesava ottanta chili, ed ora era sui novantacinque. Nondimeno l'ardimento non poteva certo mancare ai due leoni, messi a prova anche dal progressivo inesorabile peggioramento del tempo. Alla seconda ora di marcia non avevano ancora dominato il costone su cui si erano avventurati, ed erano stati raggiunti da una comitiva di scialpinisti della domenica (monzesi) che fidandosi delle nostre tracce se ne erano incautamente (ma comodamente, per non battere la pista) infilati. Dopo aver dovuto sormontare uno sperone particolarmente impervio con gli sci in spalla, si giunse finalmente alla sommità del bosco, che dava in una pianeggiante e noiosetta gibbosità, mentre la neve cadeva da un cielo plumbeo accompagnata da una brezza gelida che surgelava il te' nelle vecchie e ammaccate borracce dei due leoncini. L'uno dei due più appesantito dagli anni e dai vizi, alla terza ora di marcia riconosceva con estrema onestà (qualità che peraltro non gli e' mai mancata nemmeno quando sarebbe stato utile il contrario) di aver finito la benzina. Anni di inattività non ne avevo ne' temprato lo spirito ne' modificato l'approccio aggressivo e sentimentale ai monti, ma il fondo atletico e' pur sempre una cosa seria. Facendo ricorso al mestiere, all'esperienza, alla tenacia e alla speranza di trovare presto un luogo comodo per parcheggiare gli sci, fare una sosta e discendere, tirava avanti, sempre arrancando nella neve fresca. Alla quarta ora la comitiva raggiungeva un rifugio chiuso ma non abbandonato, dove, anche per la persistenza inclemenza del tempo, si decideva di farne la meta, non tanto poi esaltante di questa prima uscita. Il ritorno prevalentemente in neve crostosa non remunerava lo spirito indomito dei due, che trovavano una equa consolazione nella parte terminale, la discesa nel bosco, neve farinosa e goduriosa ma ahimè le gambe cedevano e non più di due curve atletiche e consecutive erano concesse. Facendo Però ben sperare per il futuro. Conclusioni: San Bernardino non mi ha mai dato altre condizioni che queste: brutto tempo, vento freddo, neve crostosa, terreno non esaltante. Il Mittaghorn non è stato messo nel sacco, Però abbiamo lavorato per quattro ore, e non sono dispiaciuto della prova offerta, anche se lo spettacolo, per il pubblico, non e' stato esaltante. Ma le prove vere ci attendono. La prossima volta - dubito del prossimo week end - forse con attrezzatura rinnovata, saprà dimostrarlo. L'eroe della sesta giornata.

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Mittaghorn (part one) [16 gennaio '00]

From: "Bro_lo" To: "Bro_gio" Subject: Prima Uscita ... Date: Sun, 16 Jan 2000 20:33:25 +0100 / Caro Giovanni, preso atto della tua assenza - chiederemo i danni a Albertini per il blocco del traffico ... - ecco il resoconto della prima uscita. h. 7,30 ritrovo a Lugano h. 9,00 sci ai piedi a Splugen (m. 1500) h. 12,00 Mittaghorn (m. 2561) h. 12,30 discesa h. 13,30 Splugen h. 14,00 birra e patatine fritte Tempo: bello temperatura: fredda (temperatura esterna alla partenza - 18, in cima credo attorno a - 10) neve: bella fredda ma non ancora compattata esposizione: NO discesa: l'ultima parte è stata da urlo (neve fresca farinosa) collocazione: il Mittaghorn è di fronte a Splugen e a sinistra del Tambò, al di là della strada per Madesimo. La salita è in buona parte in ombra. Giudizio (1 pessimo / 5 ottimo): salita: 4 discesa: 4 difficoltà: bassa fatica: una cosa giusta La prossima ce la andiamo a cercare dalle parti di Bosco Gurin o della val Bedretto, perchè la neve non è tantissima e bisogna partire da almeno 1500 m. e con esposizioni a Nord. Un 4 ore di salita ti vanno bene? Saluti e a rivederci tra 15 gg.

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