
Ho visto cose che voi umani non potete immaginare
(Disentis, Ch).
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Artist: Gloria Gaynor
Track:
I am What I am
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Title: Train in the distance
Autor: bro lo
Published: january, 2010
Who's?
Jack Swann è uno studente di medicina del Wyoming. Con il suo amico Joe Bigunripes, responsabile della sicurezza dell'università dove Jack studia, si aggira per i Grand Teton in cerca di una sola cosa: neve fresca. Se luoghi e persone sono immaginari, non lo è l’ambientazione. Le montagne di Jack sono quelle svizzere tra la val Bedretto e Andermatt. John "Jack" Swann (1893 -1990) è stato un calciatore inglese del Leeds, dove ha giocato più di 100 partite.
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Train in the distance
Prologo
- Può mostrarmi i documenti signore?
- I documenti? Ma cosa ho fatto?
- Signore, la prego. I documenti.
- Ma sei diventato scemo? Ho lasciato la macchina un nanosecondo in seconda
fila. Guarda. Sto già andandomene.
- Signore, mi spiace, ma se tutti facessero come lei in questa università non si
potrebbe più circolare.
- Joe, senti. Se tutti facessero come te andremmo in giro vestiti di nero a
gridare Heil Hitler!
- Faccio finta di non aver sentito, signore. Credo proprio che dovrò dare
un'occhiata ai suoi documenti. Scenda dalla macchina e mi segua nel bar qui di
fronte. Credo dovremmo discutere del suo caso prima di sottoporlo al senato
accademico. Forse lei è solo nervoso.
- Nervoso io? Joe, tu sei pazzo. Sono Jack. Jack. Hai presente? Sono io, razza
di nazista.
- Continuo a far finta di non sentire. Mi segua.
Capitolo uno
- Allora?
- Allora cosa?
- Sei impazzito?
- Io no. Cosa prendi?
- Io non prendo niente. Mi spieghi cosa significa tutto questo? Perché diavolo
mi hai trascinato qui?
- Ragazzi, cosa prendete?
- Jenny, io prendo una Bud. Portane una anche a Jack. Tanto paga lui.
- Ah, pago io. E già. Chissà come mai. Allora?
- Ma niente, guarda. La macchina in seconda fila mi era stata segnalata da
qualcuno della presidenza che non aveva niente da fare. Cosa dovevo fare? Quando
ho visto che eri tu mi è venuto in mente che potevo prendere due piccioni con
una fava. Far vedere che i soldi spesi dall'università per la sicurezza erano
ben spesi e parlare con te di cosa fare sabato.
- E già. E se non ero io, cosa avresti fatto? Lo ammanettavi?
- Perché no? Sai che figurone. Arrestato il pericoloso Jack Swann. Il senato
accademico premia l'eroico John Bigunripe per la dedizione dimostrata. Grazie a
lui ci sentiamo tutti più sicuri.
- Sì, come no. E c'era bisogno di darmi del lei?
- Stai scherzando? Metti che passava un professore. Mica do del tu ai
delinquenti. Non è professionale.
- Ma certo. Ci mancherebbe. E quando mai. Potevi anche perquisirmi. Tirare fuori
il manganello. Magari ero armato.
- Madonna santa se sei permaloso. Hai bisogno di andare a sciare. Ho qualche
idea per il fine settimana. Come sei messo?
- Ma, guarda, devo chiedere al giudice se mi autorizza. Dove volevi andare?
- Non so. In alto ha nevicato e ha fatto un gran freddo. Vento zero. Si potrebbe
andare sul ripido. Central, Little Crystal. Qualche cosa del genere. Ho voglia
di fare qualche cosa che hanno fatto in pochi.
Mentre aspettava la risposta di Jack, Joe vide avvicinarsi Ander Svensson, una
giovane guida locale nota ai più per essere figlio di un alto dirigente del U.S.
National Park Service. A differenza del padre, un pezzo d'uomo di quasi due
metri dai tratti inequivocabilmente scandinavi, Ander non arrivava a 1,70, era
leggermente sovrappeso e a dispetto dei suoi ventidue anni aveva un aspetto
infantile. Di nordico aveva solo i capelli, biondo cenere. Non era simpatico a
nessuno e non faceva nulla per esserlo. Ma siccome, grazie al padre, poteva
vantare una clientela di tutto rispetto, era difficile che qualcuno lo trattasse
per come avrebbe meritato. Ad eccezione di Joe, ovviamente.
- Ragazzi, come state? Ho bisogno di voi. Posso sedermi?
- Ander, ti sei già seduto. Qual è il problema?
- Ho dei clienti per il fine settimana. Gente tosta che paga bene. Vogliono fare
qualche cosa di ripido. Da solo non posso portarli tutti: sono quattro o cinque.
Che direste di accompagnarmi?
- Non te la senti? chiese Joe.
- Ma figurati! Sai le regole. Non più di due se le cose si fanno appena più che
facili, e balle varie.
- Non te la senti. E dove volevi portarli?
- Al Poncho Flat. Si sale dalla Dig Valley ...
- So dov'è. Ci andiamo tutti gli anni. Ma da dove vuoi scendere?
- Dalla Flat Valley ma direttamente dalla vetta.
- Senza fare il traverso sotto la cima?
- Esatto.
- Mai fatto. Ma si può fare?
- Direi di sì. Dopo una cinquantina di metri si arriva sulla traccia di discesa
e non ci sono più problemi. Grandi emozioni senza rischi. Pensavo che se voi due
andaste su e mi attrezzaste la discesa, stiamo tutti più tranquilli. Se le cose
si mettessero male, li calo i primi metri. E magari voi fate in modo di essere
lì, come dire, per caso, nel caso avessi bisogno. Però posso pagare uno solo di
voi. Che ne dite?
Joe si girò verso Jack che fino a quel momento non aveva detto una parola. Posò
la Bud sul tavolo e si passò una mano sul mento. Sembrava un Babbo Natale che
sta riflettendo se un certo bambino meriti o meno il regalo. Guardò Jack e poi
si rivolse a Ander con un leggero sorriso sulle labbra. Jack fece per alzarsi
ma Joe gli fece segno di starsene calmo.
- Ander, purtroppo io e Jack siamo impegnati. Ci sarebbe piaciuto darti una
mano. Veramente. Ma avevamo altri programmi. Non è vero, Jack?
- Sì, io ho l'udienza per la libertà provvisoria ...
- Cosa dice? chiese Ander.
- Lascia perdere.
- Ok ragazzi. Se ci ripensate, fatemi sapere. Le condizioni ve le ho dette.
- Grazie per aver pensato a noi. Ci ha fatto molto piacere. Davvero.
- Ci si sente. Il mio cellulare l'avete.
- Joe, pensavo lo volessi mandare a quel paese. Sei stato insolitamente gentile.
- Io? Ma figurati. Quel coglione merita ben altro.
- E cioè?
- Ma hai sentito? Si prende quattro clienti quando potrebbe portarne al massimo
uno solo, non chiede ai suoi colleghi per non dividere e vuole che noi due gli
pariamo il culo nel caso le cose si mettessero male.
- E allora? Gli hai detto di no. Troverà qualcun altro.
- Ah sì? Beh, io ho trovato dove andremo sabato.
- Dove?
- Al Poncho Flat.
Capitolo due
- Ander sarà furioso quando si accorgerà che è appena passato qualcuno.
- Ah sì? Figurati i suoi clienti. Facciamo in fretta. Dobbiamo arrivare su prima
molto prima di loro.
Alle 7 del mattino Jack e Joe parcheggiarono nei pressi della sbarra all'inizio
del Rosary Pass. Il cielo era terso e la temperatura esterna meno 14°. Presero
i sacchi, li riempirono di tutto quello che era necessario per attrezzare la
prima parte della discesa, e si avviarono lungo la strada innevata. Dopo un
centinaio di metri attraversarono il ponticello sulla sinistra e iniziarono a
salire lungo il bosco. A meno di un'ora dalla partenza erano alla fine del bosco
di larici e dopo due ore avevano superato i ripidi pendii che chiudevano la
vallata. A quota 2400 m piegarono a sinistra verso Est. Al termine di alcuni
brevi tratti pianeggianti alternati a tratti più ripidi, fecero una sosta e
videro in lontananza delle figure all'uscita del bosco. Joe estrasse il
binocolo.
- È Svensson. Sono in sei. Probabilmente ha trovato il fesso che li accompagna.
O forse i fessi sono due.
- Quanto tempo abbiamo?
- Un'ora, un'ora e mezzo. Non di più. Sbrighiamoci.
A quota 2764 m raggiunsero il colle e attaccarono la ripida dorsale Ovest Sud
Ovest del Poncho Flat. Venti minuti dopo erano in vetta. Deposero i sacchi e
guardarono giù verso la Flat Valley.
- Porca puttana ... Jack, vieni a vedere.
- Che c'è?
- Guarda che roba. Il vento ha soffiato nella direzione della Flat Valley. Già
deve essere ripido mica da ridere, ma così non si vede niente. Credo si sia
formata una specie di meringa. Il problema è quanto è esposta. Un metro, due? Di
più?
- Dovremmo andare a dare un'occhiata da sotto.
- Sì, ma non possiamo. Non abbiamo tempo.
- Joe, se non scendiamo noi non scende neanche Svensson. Che problema c'è?
- Non ne sono sicuro. Non può dire ai clienti di tornare. Quello è talmente
scemo da cercare di scendere lo stesso, a costo di calarli a forza. Tiriamo
fuori la roba.
Jack cominciò a scavare con la pala per raggiungere la roccia sotto la neve.
Dopo un quarto d'ora trovò quello che cercava: due fessure dove piazzare dei
nuts. Piazzò la sosta e ripeté l'operazione un metro più in là. Joe si mise
l'imbrago e Jack lo assicurò. Si stese carponi, avanzò qualche metro fino al
limitare del cornicione e guardò giù. Poi con molta cautela tornò indietro.
Svensson era quasi al termine dei primi risalti.
- Com'è? chiese Jack.
- Boh. Praticamente la situazione è questa: la cornice sporge di un paio di
metri, non credo di più. Il pendio è bello ripido. Dalla bordo al pendio ci sarà
un salto di quattro, cinque metri. Sotto, la neve sembra soffice. Il vento non
dovrebbe averla lavorata.
- E cosa facciamo, saltiamo senza sicurezza?
- No, è ovvio. Ho un'idea migliore.
- Non voglio sentirla.
Capitolo tre
- Ok. Svensson sarà qui mezz'ora al massimo. Sta a sentire il mio piano.
- Non so se voglio sentirlo.
- E invece lo senti lo stesso. Abbiamo una corda, giusto?
- Giusto. E sarebbe mia.
- Va bene, è tua. E tu non vuoi lasciare la tua corda a Svensson, giusto? Magari
te l'ha regalata tua nonna, magari ci hai fatto dei lavoretti con la tua
ragazza. Sta di fatto che ci sei affezionato. Ok?
- Ok.
- Allora faremo così. Le sicurezze che hai messo fanno schifo. Non perché le hai
messe tu, ma perché le fessure sono piene di ghiaccio e comunque io non mi fido
a fare una doppia appeso a 'sta roba. Rischio di volare con 40 metri di corda
intorno. Propongo questa sequenza. Io ti assicuro. Tu ti metti sul cornicione
sci ai piedi e lo sfondi. Apri un varco. Lo liberi meglio che puoi mentre io ti
calo piano piano. Vai giù. Appena arrivi sul pendio ti sposti qualche metro e
recuperi la corda. A questo punto arrivo io. Cosa ne dici?
- Va bene. Ho solo una domanda. Come faccio a sfondarlo?
- Questo lo vedrai da solo. Procediamo.
Dopo qualche minuto Jack era quasi sul bordo della cornice, sci ai piedi e con
la pala in mano. Joe si era sistemato in modo da poter reggere l'urto di quando
Jack l'avrebbe sfondata. Aveva realizzato degli ancoraggi infilando dei
chiodi da ghiaccio nelle fessure più grandi, ma il grosso lo avrebbe retto lui.
Joe aveva stimato che il volo di Jack non sarebbe stato un granché. Al massimo
un paio di metri. Poi la corda lo avrebbe portato contro la parete. Lì sarebbe
cominciato il lavoro con la pala.
- E adesso? disse Jack.
- È inutile che vai fino in fondo. Faresti troppo pendolo. Comincia a saltare.
E tieni in alto le braccia.
- Cosa?
- Salta! Salta su te stesso! Dai che sta arrivando Svensson!
- Così? Jack fece un paio di timidi saltelli con gli sci.
- Più forte!
- Tu sei pazzo. Quando arriviamo devi ...
Jack non finì la frase. Aveva appena cominciato a saltellare appena più
marcatamente che la cornice cedette. Per evitare che finisse contro la parete,
Joe gli aveva lasciato del lasco. Jack pensò che qualcuno l'avesse afferrato per
i piedi e lo stesse trascinando di sotto dentro a un tubo. O come se avesse
accesso un enorme aspirapolvere sotto i suoi piedi. All'improvviso non vide
nient'altro che bianco. Non se l'aspettava. Un attimo prima era in piedi sulla
cima del Poncho Flat e un attimo dopo stava precipitando a braccia alzate in un
tubo pieno di neve. Joe aveva visto giusto: appena sotto la superficie la neve
era leggerissima e non opponeva resistenza. Adesso viene il bello pensò Joe.
Così come qualcuno l'aveva trascinato in basso, all'improvviso la neve vicina
alla sua spalla gli si era fatta addosso violentemente. Come era possibile che
una montagna si muovesse orizzontalmente? pensò Jack. Era la corda che era
entrata in tensione. Jack si riprese e finalmente realizzò la situazione. Aveva
sfondato la cornice ed era un paio di metri più in basso all'interno di uno
stretto canale creato dalla caduta. La neve, leggerissima, continuava a cadere
dall'alto e gli si era infilata ovunque. Pressato contro la parete, urlò a Joe
di calarlo piano e cominciò a lavorare di pala allargando il passaggio. Dopo
qualche minuto era alla base del cornicione.
- Bello ripido, pensò.
Sotto di lui si apriva la Flat Valley e un centinaio di metri più in basso si
intravedevano le tracce di discesa dalla Dig Valley. Non c'erano rocce o almeno
non affioravano. Probabilmente, pensò, in estate la situazione doveva essere
quella di un ripido pendio di sfasciumi. Molto lentamente si spostò sulla
sinistra di qualche metro. Mise la pala nello zaino e estrasse le racchette. Poi
diede un paio di strattoni alla corda per far capire a Joe che poteva scendere.
La strada era stata spianata.
- Vai! gridò.
- Vengo?
- Vieni!
Sentì Joe che liberava la sosta e a seguire l'urlo che preannunciava
l'arrivo della corda. La recuperò e la fissò sullo zaino. Poi sentì Joe che
diceva qualche cosa, senza capire cosa. C'erano altre voci, forse era arrivato Svensson con i suoi. Joe non arrivava. Poi, a un certo punto, mentre guardava in
basso, si scatenò l'inferno. Sentì un urlo, qualche cosa come ^Arrivo!^, e un
attimo dopo, preceduto da un turbinio di neve e dalla serigrafia della soletta
dei suoi sci, arrivò Joe. Come una specie di Babbo Natale con gli sci, stava
lentamente scivolando nel camino creato da Jack, con le picozze a far da freno
quando, proprio alla fine, prese velocità e venne violentemente espulso dal
camino. Atterrò sul pendio, lasciando che gli sci puntassero verso la massima
pendenza, per poi guidarli verso il lato dove era accucciato Jack. Si fermò una
ventina di metri più basso. Jack si mise lo zaino e lo raggiunse.
- Joe ...
- Cazzo! Jack, è stato fantastico. Fantastico! Mi è sembrato di nascere una
seconda volta!
- Joe, ricordami di cancellare il tuo numero di telefono dal mio cellulare.
- Jack, sono pieno di adrenalina fino ai capelli. E dovevi vedere la faccia di
Svensson e quella dei suoi soci! Che figata! Hai sentito cosa gli ho detto?
- No. Non si capiva niente.
- Beh, dopo te lo racconto. Andiamo giù. Se non scarico la tensione divento
pazzo. Segnamogli tutto il pendio.
- Joe, sarà un miracolo se non ci tiriamo dietro qualche cosa. Non fermarti fino
a quando non sei in fondo alla spianata, un po' oltre le tracce. Ti tengo
d'occhio. Ok?
- Ok. Andiamo.
Joe non aveva la grazia di Jack, e per di più utilizzava degli sci di lunghezza
spropositata, a suo avviso gli unici adatti alla sua stazza. Ciò nonostante si
trovò a suo agio nella neve polverosa e infilò una serie di curve strette senza
avventurarsi in pericolosi traversi. Con uno stile a mezza strada tra il vintage
e l'atto di forza, arrivò senza problemi alla fine della parte ripida del
pendio, oltrepassò le tracce e fermò per guardare Jack, che nel frattempo era
già partito. Dopo un paio di curve sentì il bisogno di liberare la
tensione accumulata. Lasciò che gli sci prendessero velocità e incominciò a
inanellare una serie di curve sempre più ampie e veloci. Sfrecciò davanti a Joe
che gli gridò ^E vai!^ e puntò deciso a valle. Dopo dieci minuti si fermò al
limitare del bosco, con gli adduttori delle cosce in fiamme.
- Che giornata, disse tra sé.
Capitolo quattro
- Birra, birra e ancora birra, chiese Joe alla ragazza che li serviva.
- A parte la birra, ragazzi, volete altro?
- Pensandoci bene ... no. Jack, tu vuoi altro?
- La birra va bene. Ma un paio di uova strapazzate con del pane tostato non ci
starebbero male.
- Ok, amore. Per te qualsiasi cosa. Cosa siete andati a fare?
- Una nuova discesa dal Poncho Flat. Una cosa fantastica. A me niente ^amore^?
- Ma ti sei visto?
La ragazza del Rocky Mountain Bar and Grill aveva ragione. Sprofondato in una
delle poltroncine del bar, Joe sembrava un pazzo. Ancora vestito da sci, con un
pile R4 della Patagonia color verde acido, le bretelle della salopette lungo le
gambe, i capelli arruffati e il viso paonazzo, era un spettacolo. Soprattutto se
si considerava il fatto che il Rocky Mountain era un posto del tutto
rispettabile. Per arrivare alla sala da pranzo bisognava attraversare la sala da
cocktail, colma di divanetti e poltroncine, dove i passi risuonavano sulle assi
di quercia tirate a lucido. Era stato Joe a insistere per il Rocky Mountain: a
parte il fatto che era il primo posto lungo la strada, dovevano festeggiare sul
serio, aveva detto.
La ragazza se ne andò con le ordinazioni.
- Allora, hai visto Svensson prima di scendere?
- E come no. Ero lì che avevo finito di tirare via tutto, quando mi sento
chiamare. ^Bigunripes! Bigunripes!^ sento. A parte il fatto che non è normale
che qualcuno ti chiami per cognome a quasi 3.000 metri, ecco che spunta il
gruppetto. Svensson un po' avanti gli altri. Probabilmente stava per intuire la
figuraccia e non voleva che gli altri sentissero. ^Cosa stai facendo?^ mi urla.
^ E io: ^Secondo te?^. ^Non starai scendendo?^ mi dice. E io: ^Ma figurati. Non
posso. Ho dimenticato la maschera e le pinne^. Quando è a una decina di metri mi
dice qualcosa tipo ^Brutto stronzo ...^ e allora io, molto signorilmente, gli ho
fatto il gesto dell'ombrello un attimo prima di buttarmi. Dopo di che ...
- Joe, aspetta. Guarda chi arriva.
Era Svensson. Come da prassi, per il finale della gita aveva prenotato un
tavolo con i clienti e ci si stava dirigendo, dritto nella giacca
da guida piena di distintivi. Quando vide Joe, si fermò e fece segno agli altri
di proseguire verso la sala da pranzo. Era nervoso. Si avvicinò a Joe e senza
nemmeno salutare partì con un lunga sparata sull'etica della montagna, sulla
necessità di rispettare le promesse, sul fatto che, insomma, non gli avevano
certo fatto fare una bella figura e che, se il problema era il prezzo, insomma,
bastava dirlo.
Joe lo lasciò finire senza cambiare minimamente posizione. Poi, lentamente, si
alzò, piazzandosi a pochi centimetri da Svensson. Data la sostanziale
differenza di altezza, Svensson dovette tirare indietro la testa per guardarlo
in faccia. Era quello che Joe voleva. Poi, con un tono di voce calmo ed
monocorde, attaccò.
- Ander, conosci Train In The Distance di Paul Simon?
- Più o meno, roba anni settanta ...
- 1983. L'album è Hearts and Bones.
- Ok. E allora?
- Beh, la storia è più o meno questa. C'è un tizio che si innamora di una tizia.
La sposa. Hanno un figlio. Si separano. Ogni tanto si vedono ancora per il
figlio. Qual'é il succo della storia? Tutti amano il suono del treno in
lontananza. Tutti pensano che sia vero. Così è per la vita. Il fatto che
potrebbe essere migliore ce lo portiamo dentro. Ma non
è detto che sia sempre così. Chiaro?
- Joe, se pensi ...
- Mettiamola così. A tutti piacerebbe fare una discesa fantastica che nessuno ha
fatto, eliminando tutti i pericoli. Purtroppo non è così. Sarebbe bello essere
sempre bambini. Ma dobbiamo crescere, non ci possiamo fare niente. Questo è il
tuo problema, Ander. Non sei cresciuto. La vita è piena di cose imprevedibili.
Anche se alcune, facendo la dovuta attenzione, si può anche immaginare che
accadano. Ti sei preso quattro clienti quando al massimo avresti potuto
accompagnarne uno. Non hai chiesto ad altre guide perché volevi tenerti il
grosso del malloppo. Sei venuto dai noi due perché, al prezzo di uno, ti
parassimo il culo. Queste cose non si fanno, Ander. Non si fanno. Soprattutto
non si fanno con noi, che saremo anche degli sfigati, ma abbiamo fatto cose che
tu puoi solo sognare di notte con il rischio di fartela addosso. È chiaro il
concetto?
Ander non fiatò. Era furibondo.
- Bene. Tornatene dai tuoi amichetti, Ander. E rifletti su quello che dice Paul
Simon. Ripeti il mantra: the thought that life could be better is woven
indelibly into our hearts and our brains. Ci si vede.
Ander emise un suono come di aria soffocata, girò i tacchi e si diresse verso la
sala da pranzo, un po' meno dritto di quando era entrato, proprio mentre la
ragazza tornava con l'ordinazione.
- Ecco birre, uova e pane, ragazzi. Cosa è successo a Svensson? Cosa gli avete
fatto?
- Noi? Jack, l'abbiamo trattato male?
- Forse gli hai detto qualche cosa che l'ha ferito. Forse.
- Io? Stai scherzando? Ma ce l'avete con me?
- Non so, sembrava gli aveste ammazzato qualcuno. A guardarlo ...
- Sentite. Non so se vi siete messi d'accordo ma facciamola breve. Guardarlo è
una parola grossa. Potete fissare Svensson anche un giorno intero, ma non
vedreste niente perché non c'è niente da vedere. Ok? Adesso, cortesemente, posso
chiedervi di lasciarmi bere la birra finché è fredda?
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Info
Title: Train in the distance
Autor: Lorenzo Spallino
Published: january, 2010
URL: http://www.brosite.org/jack3.htm
Playlist
Artist: Gloria Gaynor
Track:
I am What I am