Risalendo dalla capanna Cristallina verso la val Cavagnolo (Ch)

 camera Risalendo dalla capanna Cristallina verso la val Cavagnolo, Svizzera.

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LIBRI

Angeli di Luce, di Jeff Long

Vivalda, 1993

Imitato al limite del plagio (leggete, se lo trovate, Vortex, di David Harris, Centro Documentazione Alpina, 1994) e vergognosamente portato sullo schermo da Stallone in Cliffhanger, Angeli di luce è un cult per gli appassionati del genere. I ritratti del giovane Tucker, del mitico Occhio di Toro, dell'anglo-indiano John Coloradas, del suo antagonista Kresinski, del mostruoso contrabbandiere, rimangono impressi indelebilmente, intrisi come sono della Valle, non luogo per eccellenza. È in realtà Yosemite la vera protagonista del triller di Long, il quale fa di tutto per sottolineare le trame - temporali e spaziali - che legano i cittadini del C4B (Camp Four Bums) alle vicende della Valle (turisti itineranti, stagioni spettacolari, pareti straordinarie di roccia e ghiaccio, pericolosi trafficanti di droga, orsi, guardie, ecc.). Come in un immenso caleidoscopio, vediamo John, Tucker e Occhio di Toro arrampicare, sbronzarsi, darsi da fare in pieno inverno per recuperare un aereo inabissatosi in un laghetto in quota con il suo carico di ^roba^, fare progetti per un futuro che non sembra debba mai verificarsi, dissipare i propri ^guadagni^ , immaginarsi nell'altro immaginario del Nepal, fino a quando - perseguitati da qualcuno che assomiglia incredibilmente al pilota dell'aereo scomparso - ritrovano nel dolore il senso di una appartenenza più alta. Non certo per caso il superstite dello scontro finale è l'unico ad essere legato sentimentalmente, nonostante per tutto il libro si ostini di fatto a vanificare ogni speranza del proprio partner ad un futuro al di fuori della Valle, madre nemmeno troppo simbolica di un universo giovanile mai uscito da una realtà fatta di tende, nuts, cordini di sicurezza, corde, doppie, voli, pulmini Volkswagen, grandi bevute e amicizie poco verificate.

Il brano da ricordare

Nella tradizione dei pugili che mettono a marinare la pelle delle loro nocche in acqua salata e urina, degli alpinisti delle città del Nord Europa che vanno in giro con palle di neve nelle mani nude come allenamento per camminate più fredde e ripide, dei ciclisti, dei canottieri e dei giocatori di football che resistono a docce gelide e a bagni nel ghiaccio allo scopo di fortificarsi - Tucker aveva una teoria. Si riduceva ad una parola. La parola era Soffrire. Tutto qui. Era fondamentale. Soffrire. Soffrire abbastanza da raggiungere la fine delle sofferenze. Non è un'idea nuova, naturalmente, che umiliando la carne ci si avvicini a Dio. Non che Tucker avesse presente il cammino storico dell'auto-mortificazione, dai primi martiri cristiani e i guerrieri dei Piedi Neri, a coloro che si flagellano per strada nell'odierna Teheran. Lui si limitava ad inginocchiarsi nel retro del furgoncino di John, stringendo i denti per le cimici mattutine.

Verso l'alto, di Douglas Haston

Dall'Oglio, 1978

Se pensate che l'alpinismo sia qualcosa di diverso dal credo e credetti del tesserino del C.A.I., lasciate perdere i frequentatori dei rifugi, i narcisisti del IX e X grado, i professionisti degli 8.000 e rifugiatevi dell'alpinismo inglese degli anni '70. Più che a Annapurna, parete sud di Bonington, tutto sommato poco originale, è a libri come Verso l'alto di Douglas Haston (In High Places il titolo originale) e Montagne sacre di Peter Boardman che bisogna rivolgersi per recuperare il senso di quel periodo e comprendere molti dei perché dell'alpinismo di oggi. Mentre da noi imperversavano le camicie di flanella rossa e i pantaloni di fustagno, nelle fotografie che lo ritraggono Haston assomiglia più a George Best che a un alpinista. Quando scende dall'aereo a Katmandu per unirsi alla spedizione di Bonington all'Annapurna, questi descrive l'aspetto del gruppo come più simile "ad un gruppo pop, con capelli alquanto lunghi e abiti all'ultima moda", che ad alpinisti. "Era trascorso certo molto tempo" - conclude un Bonington cool - "dalle prime spedizioni all'Everest, quando gli alpinisti volevano apparire tipi puliti che vivevano all'aria aperta". Gli inizi sui muraglioni della ferrovia, le prime vie su ghiaccio in Scozia, le stagioni sulle Alpi, le grandi esperienze extraeuropee: c'è tutto in questo libro di Haston, così vicino alla laurea in filosofia quanto lontano dal quel miscuglio tutto ottocentesco di lotta e sopravvivenza, di vita e di morte, di offerta e di piacere di cui è tutt'ora impregnata buona parte dell'alpinismo continentale.

Il brano da ricordare

Vaucher e Eliassen rinvennero Bahuguna ancora agganciato alla corda a una dozzina di metri dal terreno più facile dove avrebbero potuto trovare un punto d'ancoraggio. Aveva perduto un guanto e un rampone. Le mani erano gelate, il viso coperto di ghiaccio; il vestiario protettivo era stato spinto all'insù dall'imbracatura e il corpo esposto alla bufera sferzante. Era in misere condizioni, soffriva per il grave assideramento ed era chiaramente prossimo alla morte [...] "Mi spiace, Harsch, vecchio mio. Ti è andata male". Furono le ultime parole di Don a Bahuguna. [...] Quella che rientrò al campo era una comitiva depressa e triste".